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LE MEDIATRICI CULTURALI

Sabina Darova
Albanese, è in Italia da oltre 13 anni. È al Consultorio Familiare dal 2000. In Albania esistono i consultori?

Sì ma lavorano molto poco sulla prevenzione, privilegiando l'assistenza. In parte ancora oggi l'aborto è considerato un metodo per il controllo delle nascite. Le donne non sono abituate a frequentare il consultorio, perchè la convinzione diffusa è che si debba andare dal medico quando si sta male, e hanno poca conoscenza del proprio corpo. Il sesso è ancora tabù e le poche cose che si sanno sono informazioni rubate alle amiche, ai libri, al sentito dire. È l'esperienza quello che fa la differenza: ne sanno molto di più le trentenni o le quarantenni che le giovani.
Le donne di cui mi occupo provengono per gran parte dalla campagna, quindi possiedono conoscenze ancora più limitate, e per la loro emancipazione abbiamo dovuto lavorare insieme a 360 gradi.
Molte sono giovani.
Si sposano presto, intorno ai 20 anni, spesso raggiungono Asti per effetto delle unioni combinate e quasi subito restano incinte, perchè si usa pensare che il matrimonio ti renda automaticamente anche genitore. Sono insieme a mariti che non conoscono, vivono in un paese che non è il loro, non parlano bene la lingua, hanno lasciato gli affetti al di là del mare e qui, con un figlio in attesa, si trovano a diventare donne troppo in fretta. Vivono grosse responsabilità senza avere gli strumenti per affrontarle.
Sono solo gli uomini a pensare che bisogna fare presto un figlio o anche le donne?
Anche loro, per un fatto culturale. Un buon 70% delle donne passate dal Consultorio non usava contraccettivi dopo il matrimonio. Ho personalmente assistito all'angoscia di una decina di loro nel non essere riuscite a diventare madri nel primo anno di matrimonio.
Pochissime frequentano i corsi di preparazione al parto. Come mai?
La conoscenza limitata della lingua rappresenta un freno a comprendere le informazioni che vengono comunicate. Ma soprattutto le donne preferiscono vivere la gravidanza in un contesto esclusivo di famiglia o di comunità. Io cerco di far capire loro quanto sia importante scambiare le esperienze con la realtà che le ha accolte, imparare a socializzare per poi affrontare più facilmente anche l'inserimento dei figli nella scuola, ma non è facile.
In sei anni quanti casi ha seguito?
Ormai ho superato i mille.
Chi sono le donne che interrompono la gravidanza?
Persone sposate con figli, clandestine, prostitute. Le prime perchè per problemi economici, non possono permettersi un ulteriore allargamento della famiglia oppure perchè temono di perdere il lavoro. Questo problema riguarda soprattutto le operaie impiegate in piccole aziende, dove gi?percepiscono salari ridotti rispetto alla paga contrattuale.
Le clandestine sono praticamente costrette a ricorrere all'aborto per le condizioni particolarmente sfavorevoli in cui si trovano, mentre per le prostitute la gravidanza sarebbe incompatibile con la loro professione.
Le prostitute non usano profilattici con i clienti?
Con loro sì ma sono i loro padroni a costringerle a rapporti sessuali non protetti, per affermare una condizione assoluta di possesso nei loro confronti. In questi sei anni soltanto una di loro ha deciso di portare a termine la gravidanza.
In generale è difficile convincere le donne a fare uso di contraccettivi?
La situazione più favorevole è proporre la contraccezione alla donna che viene al Consultorio per essere seguita nella gravidanza: abbiamo a disposizione un tempo più lungo per conoscerci. Dopo il parto la scelta di proteggersi è più naturale. Anche con le donne che hanno interrotto la gravidanza, comunque, abbiamo ottenuto buoni risultati: finora sono pochissime quelle che hanno abortito una seconda volta. Spesso le resistenze alla contraccezione nascono da false informazioni: per esempio si crede che la pillola sia un farmaco e che, proprio per questo, produca danni alla salute.
Gli uomini albanesi accompagnano le loro partner al Consultorio?
Molto raramente. Sono poco presenti in caso di aborto, mentre lo sono un po' di più all'inizio della gravidanza, ma soprattutto perchè le donne non conoscono bene la lingua o la strada per raggiungere la struttura. Insomma il loro ruolo è più quello di accompagnatori che di futuri padri.
In sei anni le coppie che hanno frequentato il Consultorio nei nove mesi della gestazione non hanno superato la decina.
Lei ha frequentato il Consultorio prima come utente (nel 1994 è diventata mamma di una bambina) e poi come operatrice, per tre giorni alla settimana. È sempre facile il rapporto con la mediatrice culturale?
Anzitutto bisogna conquistarsi la fiducia delle donne: c'è chi, nei miei confronti, all'inizio esprime pregiudizi (mi vedono realizzata nel lavoro e per questo provano invidia), chi manifesta paure (a volte chi interrompe la gravidanza teme che riveli il motivo per cui frequenta il consultorio a loro parenti o amiche, anche loro utenti). Si rassicurano quando spiego che sono tenuta al segreto professionale, che il loro problema fa parte di un rapporto esclusivo tra me e loro.
Poi bisogna essere capaci di ascoltare, non avere fretta, non avere la presunzione di decidere per loro e non giudicare la loro scelta, qualunque essa sia. Conquistata la loro fiducia, non di rado il rapporto prosegue anche al di là del Consultorio.
Le donne che si rivolgono a questa struttura appartengono a uno strato sociale definito?
Non ci sono distinzioni per chi abortisce. In caso di gravidanza o di contraccezione, una parte preferisce essere seguita privatamente dal medico. Ma è importante sottolineare che la stragrande maggioranza delle donne albanesi, intorno al 70%, fa riferimento al Consultorio in tutto e per tutto.
Anche per i problemi di coppia?
Quelli più ricorrenti riguardano le unioni miste. I casi affrontati indicano generalmente un atteggiamento sbagliato da parte dell'uomo italiano, che pretende sottomissione dalla donna albanese. È come se la considerasse inferiore a quelle della propria nazionalità con cui però non riesce ad avere rapporti stabili. La donna albanese che decide di unirsi a un uomo italiano è già emancipata. Spesso, per tenerla a sè lui esercita su di lei ricatti riguardanti il rinnovo del permesso di soggiorno o la tutela dei figli.

Luminita Anghel
Ha lasciato la Romania 15 anni fa per trasferirsi ad Asti. È al Consultorio Familiare dal 2004.

Lei presta servizio al Consultorio su chiamata: che cosa significa?
Intervengo quando gli operatori non riescono a comunicare con la donna, che ha problemi a esprimersi in italiano. Bisogna considerare che molte mie connazionali parlano bene la vostra lingua, quindi i miei interventi al Consultorio sono stati molto pochi in questi due anni e mezzo, una decina in tutto. Ma le donne rumene che hanno utilizzato la struttura sono molte di pi?e ancora più numerose calcoliamo saranno a partire da quest'anno, per effetto di probabili nuovi arrivi conseguenti all'entrata del mio Paese nell'Unione Europea.
I casi che ha seguito che cosa hanno riguardato in particolare?
Le interruzioni di gravidanza dovute a problemi economici, ma anche all'abitudine di considerarle un metodo di controllo delle nascite. È una concezione che nasce da lontano: sotto il regime di Ceausescu, poi rovesciato dall'insurrezione popolare del 1989, era vietato abortire, ma molte donne che non potevano allevare i figli lo facevano ugualmente, ricorrendo a sistemi clandestini, anche a costo di rischiare la vita. Oggi l'interruzione di gravidanza è praticata gratuitamente negli ospedali e a pagamento nelle strutture private. Negli ospedali i medici, anche le ginecologhe, sono molto preparati, ma è la condizione complessiva degli ospedali che lascia a desiderare.
Le donne rumene sanno che il Consultorio astigiano fornisce prestazioni gratuite?
Attraverso il passaparola, che però spesso risente di informazioni imprecise. Per esempio una delle maggiori paure delle donne clandestine è di venire denunciate se si rivolgono al Consultorio. Il vero problema ad Asti, e anche all'interno della mia comunità è che non esiste un punto di riferimento organizzato, con tanto di sede, per le mie connazionali: questo consentirebbe di informarle maggiormente sui servizi a disposizione e sulle possibilità offerte a sostegno della maternità della coppia e della famiglia.
Quali problemi investono più soventemente la coppia?
A differenza di altre etnie, generalmente nella coppia rumena a emigrare per prima è la donna, che trova più facilmente lavoro e viene impiegata soprattutto come colf o come badante, pur avendo spesso un alto grado di scolarità. Molte donne immigrate ad Asti, per esempio, sono laureate. L'uomo resta in Romania a badare ai figli o arriva in Italia qualche anno dopo: quando la coppia si ritrova, spesso non si riconosce più. A volte, pur essendo entrambi immigrati, l'uomo e la donna vivono lontani per problemi di lavoro: ho seguito il caso di una coppia in cui lei stava ad Asti e lui a Roma. Unioni non vissute per lungo tempo, che portano problemi e che spesso non si ricompongono più.
Quali difficoltà costituisce il rapporto a distanza tra madre e figlio?
La donna, costretta a affidare il bambino al marito o ai parenti, perde gli anni più delicati della vita del figlio. Quest'ultimo vive come una privazione l'assenza della madre. Il problema può acquistare risvolti drammatici quando a mancare sono entrambi i genitori. Quando l'adolescente si sente abbandonato, e non riesce a sopportare il peso, sceglie un gesto estremo e si suicida. Nei messaggi che a volte lasciano questi ragazzini "orfani" ci sono tutte le loro paure e il loro senso di smarrimento.
Incontra difficoltà nel convincere la donna a usare i contraccettivi?
Non solo la donna: l'uso del preservativo, per esempio, è rifiutato dall'uomo. La pillola, a differenza della spirale, trova resistenze differenti nelle donne: c'è chi dice di non poterla usare perchè è costosa, chi teme di non ricordarsi di prenderla per 21 giorni consecutivamente. A volte anche i problemi culturali rappresentano un impedimento.
La scelta della contraccezione o il dramma dell'interruzione volontaria di gravidanza sono sempre affrontati in coppia?
Affatto. Le donne sono abituate a sbrigarsela da sole, anche in ospedale. In caso di aborto può capitare che non dicano nulla al marito, sapendo di trovarlo contrario sulla loro decisione. Spesso pesa sulla loro scelta la paura di perdere il lavoro una volta diventate madri: questi timori, assolutamente fondati, riguardano una larga schiera di occupate: non solo le badanti o le colf, ma anche le operaie o le addette del commercio. La donna immigrata decide di fare un figlio solo quando raggiunge una maggiore condizione di sicurezza economica e sociale. Le future madri, compatibilmente con il lavoro, seguono i corsi di preparazione al parto organizzati dal Consultorio e sono molto contente.
Generalmente le donne pensano che lavoreranno qui per qualche anno per poi tornare in Romania e allargare la famiglia. Lo dicono in tante, ma finora nessuna donna è riuscita a rientrare.

Fatima Ait Kablit
Si è trasferita in Italia dal Marocco 8 anni fa. È al Consultorio Familiare dal 2001.

Colpisce la presenza numerosa delle donne marocchine che frequentano il Consultorio. Non di rado sono accompagnate da un'amica, o una parente, che fa anche un po' da interprete.
Tante di loro non pensano di trovare qui la mediatrice culturale. Quando lo scoprono, chiedono di ritornare il mercoledì il giorno in cui presto servizio. La mia presenza le rassicura. Non di rado serve a tirare fuori altri problemi legati, per esempio, al lavoro del marito, alla ricerca di un passeggino o all'acquisto dei vestitini per la creatura che nascerà.
A differenza di altre immigrate, le donne marocchine si rivolgono al Consultorio soprattutto per essere seguite nella gravidanza.
La gestazione è un evento che la futura mamma affronta insieme ad altre donne, che, a seconda dei casi, possono essere la madre, la suocera, l'amica, la vicina di casa. Per un fatto culturale, l'uomo segue la gravidanza a distanza, così come la preparazione alla nascita. Anche per l'Akika, la festa che si celebra sette giorni dopo la nascita del bambino e che può essere paragonata al battesimo di altre religioni, sono le donne che si fanno interamente carico dell'organizzazione: il marito sostiene le spese. E nei sette giorni seguenti al parto, la mamma resta a letto, accudita ancora una volta dalle donne.
L'Akika viene celebrata anche qui o solo in Marocco?
Ovunque. Oltre ai parenti si invitano i vicini di casa a mangiare il montone e altri piatti tradizionali. È una festa vissuta separatamente: le donne si ritrovano a pranzo, gli uomini per la cena, dopo il lavoro. Le donne, che trattano la neo mamma come una sposa, cantano e ballano; gli uomini leggono versetti del Corano. La differenza tra Asti e il nostro Paese sta nelle proporzioni: in Marocco si arriva fino a cento donne riunite insieme, qui a una decina, perchè le case degli immigrati hanno spazi ristretti. È comunque sempre importante organizzare bene la festa, per non incorrere nelle critiche altrui.
L'interruzione di gravidanza è permessa nel vostro Paese?
No, è vietata.
Per motivi religiosi?
Sì. Per il Corano la donna dovrà anche mantenersi vergine fino al matrimonio.
Ciò nonostante si abortisce ugualmente.
Succede quando ci si trova dinanzi a una gravidanza inattesa o quando ci sono altri figli da mantenere. La donna immigrata si trova costretta a decidere anche di fronte ad altri problemi inizialmente non previsti, come la perdita del lavoro da parte del marito. E anche in questo caso è un'esperienza che si deve gestire da sola. Ad Asti situazioni particolarmente difficili hanno costretto alcune donne a interrompere più di una volta la gravidanza.
Qual è il rapporto con la contraccezione?
Siamo abituate a praticarla. In Marocco la tradizione va a braccetto con la modernità. Esistono ancora le cosiddette "donne sagge", anziane che praticano massaggi con particolari erbe e somministrano spezie per favorire la fertilità di chi non riesce ad avere figli.
Come viene giudicata una donna che interrompe volontariamente la gravidanza?

Non viene ben vista. E anche in questo caso, quando va in ospedale, non ha praticamente mai accanto a sè il proprio uomo, perchè lui non vuole assumersi la responsabilità di questa scelta, perchè non è permessa dal Corano. Da quando scopre di essere incinta a quando si sottopone all'intervento, la donna affronta una fase di grande tormento, divisa tra il pensiero di non rispettare la religione e la consapevolezza di non poter sfamare una nuova bocca.
Lei veste abiti occidentali e invece molte sue connazionali che frequentano il Consultorio indossano il velo.
Immaginiamo queste donne che arrivano qui senza conoscere nulla della realtà in cui dovranno vivere. Si sentono sperse, isolate. Hanno bisogno di qualcosa in cui riconoscersi e con cui farsi conoscere. Con il velo ritrovano la loro identità. Il velo è un obbligo divino, anche se la donna ha libera scelta e nessun uomo può obbligarla a indossarlo: né il marito, né il padre, né il fratello. Il velo non è una sconfitta, è uno strumento con cui le donne ricostruiscono un po' del loro ambiente e attraverso il quale riescono a comunicare con più facilità.

I testi delle interviste sono tratte dalla pubblicazione "Protagoniste le donne. 1977-2007: trent'anni di Consultorio pubblico ad Asti" (fotografie di Michela Pautasso).

A cura di:

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